Era interrogandomi sulle questioni del mio essere che persi la strada.
D' improvviso buio. E senza accorgermene continuavo il mio vagare senza meta, nonostante mancansse
la luce a cui non davo molta importanza nel mio deambulare in intricati sentieri.
Non so come, quando o tantomeno perchè, ma di fatto mi ritrovai in una sala grande, decisamente grande.
Era tanto complicata da essere semplice; il suo soffitti costernato da uno spazio esteso all' infinito, dove pianeti e stelle non erano semplici ornamenti, con al centro un occhio, un grande occhio che sembrava essere la sintesi di quanto sussurrato veniva sussurrato dalla stanza.
Il pavimento, nero. Cupo come la notte, dove neanche la luce trovava un appiglio nella quale riflettersi.
Nel guardare incuriosito la stanza, cercando di carpirne ogni minimo particolare, arrivai dunque, con la coda dell' occhio a scorgere una figura femminile, dal portamento aggrazziato e maestoso, quasi mi stesse aspettando da molto.
La bellezza le era propria, così come una serità che velava una profonda inquietudine; era un mare calmo che nascondeva una burrasca sul fondo.
Un' inquietudine che celava tesori a cui nessuno avrebbe avuto mai accesso.
Con una certa ansia sembrava volermi parlare, ma fin dalle sue prime parole caddi in uno stato quasi
ipnotico, trasportato da una catena di forme eteree che non avevano forma fissa, ma si adattavano a me.
E ogni qualvolta arrivavo all' estremità di quella catena, mi aggrappavo a un' altra, che sembrava comparire
in quel momento, quasi a voler sostituire la precedente.
E in tutto ciò anelava in lei un senso di consapevolezza, una consapevolezza di cui lei era già parte;
ed era infatti così, che avevo l' impressione di legger lei, quasi fosse un papiro contenenti antiche verità
miscelate ad eroiche gesta e melodiche poesie, ma anche rimpianti che sfociavano in dolori.
Si offrì di illustrarmi la sala che ci accingevamo a visitare in modo alquanto accurato; notai ciò che prima
mi era sfuggito: la sala non era altro che un atrio che conduceva a tantissime porte che davano la strana
idea di intrecciarsi tra loro essendo uguali ma diverse.
Visitammo la prima sala, ciò che lei chiamò La Cascata, apparve così una scena alquanto curiosa
innanzi ai nostri occhi: una donna trascinata dalla corrente di un fiume del quale non si vedeva origine,
precipitava da incalcolabile altezza, percorrendo il tratto che la separava dalla fine del fiume alla base della cascata, come un angelo privato delle proprie ali, che scagliato dal paradiso, lasciava che il suo corpo sprofondasse senza intervenire, per ravvedersi da una tanto sicura e rovinosa caduta.
Cosa ancor piu' strana fu che al termine di tale scena, ne cominciò subito un' altra, che portava i medesimi
tratti, i medesimi movimenti, così come medesimo era il dolore che la donna lasciava trasparire.
Intuendo i miei pensieri, la guida mi spiegò che per lei non c' era soluzione ne aiuto possibile.
Ciò che stavo osservando era la caduta, colei che simboleggia il crollo delle proprie ambizioni, dei propri sogni, delle proprie sicurezze, delle proprie speranze.
E così la Cascata diventa la vita stessa, che non permette piu' una risalita, ma soltanto l' inizio di un ciclo che si conclude soltanto con la morte; e quando pensi di esser risalito non sai che la tua apparente risalita, non è altro che l' inizio di una nuova caduta destinata a ripetersi nel tempo negli stessi termini.
Passammo alla seconda stanza, che si prese briga di chiamare La Solitudine, che chioma scura aveva,
non meno della pece stessa, come i suoi occhi brillavano di un intenso color del crepuscolo.
Era poco piu' di una ragazza, secondo l' aspetto con cui si presentava, che recava nel suo gesticolare un
profondo tormento che non avrebbe mai potuto condividere.
La stanza era buia e tetra, immersa nella piu' completa oscurità; e proprio in quest' ultima scorsi tante sagome, che sembravano procedere con fare incerto e profondamente scossi.
Nel loro brancolare non si accorgevano gli uni degli altri pur essendo così vicini; e così la notai che volteggiava
con la grazia di una farfalla, in mezzo a quel buio e in mezzo a quelle sagome che al buio a malapena potevano esser scorte, mentre un sorriso quasi beffardo le si dipingeva lentamente in volto.
Distraendoli con sussurri e falsi richiami, li portava sempre piu' lontani gli uni dagli altri, mentre sibilava
alle loro udito le loro paure così recondite e così tanto temute, prima fra tutte la Fragilità.
Il suo aspetto era quasi fanciullesco, la sua chioma mossa e corvina, e il suo vestito che scendeva sul suo esile corpo adattandosi ad esso, come le onde fanno quando si infrangono contro gli scogli e li bagnano con le proprie lacrime e i propri lamenti, conosciuti come rumore delle onde.
Chiesi dunque, alla mia nuova insegnante, spiegazione di tal comportamento, di come e perchè tristezza e dispettosità fanciullesca fossero riunite in un sol corpo.
Mi rispose dicendomi semplicemente che ella è un ' abile tessitrice di fiabe e favole, dipinte con i colori dell' arcobaleno, che ama chiamare amicizia ed amore, famiglia e altruismo e altri nomi a lei graditi, per mascherare nient' altro che le sue filamentose trappole.
E' un destino beffardo a portarti a un' amara verità.
Con queste esatte parole diede definitivamente risposta ai quesiti che mi posi pocanzi.
Successivamente, trovammo il Terrore: un vecchio emaciato e consumato dalla paura, con le orbite quasi all' infuori per la costante paura che provava per ogni minimo rumore o movimento per lui sospetti, portandolo a vivere in un continuo stato d' allarmismo tanto da provocargli la caduta dei pochi capelli ormai bianchi, che anche se con fatica, rimanevano sulla sua testa.
Nessun posto era per lui sicuro: si trovava in una stanza come tante altre, arredata da mobili usuali, nel quale non faceva altro che nascondersi per poi uscirne poco dopo, spaventato dal suo stesso riparo...
Man mano che dimorava in questi mobili, seppur per la durata di brevi lassi di tempo, al momento dell' abbandono degli stessi, questi scomparivano lasciando la stanza sempre piu' vuota.
La guida come al solito, rimase impassibile, quasi conoscesse a memoria la sequenza di avvenimenti.
Quando infine, i mobili abbandonarono la camera ormai spoglia, comparvero poco a poco tanti specchi di svariate dimensioni dal quale cercava di sfuggire con fare ossessivo, e piu' evitava il suo riflesso, maggiore era il numero di specchi comparsi.
La stanza era ormai invasa di specchi e per il Terrore non sembrava esserci via di fuga...
Provai un sentimento simile alla pena, incrociando il suo sguardo guizzante di fervida paura.
Quand' ecco che scorse un piccolo buco in un angolo del muro, nel quale s' infilò scomparendo nel nulla.
Solo allora mi accorsi che c' era della particolare follia in ciò che avevo visto, poichè egli riusciva a entrare in fessure e spazi decisamente piu' ristretti del suo corpo.
La mia paziente illustratrice, mi sfamò anche stavolta, con sazianti verità.
Il Terrore si insinua in ogni minima fessura della mente e dell' animo, e poichè è timoroso di tutto ciò che lo circonda non trova mai una fissa dimora.
Ma ciò che piu' lo spaventa è il confronto con se stesso, quanto l' incrociare il suo stesso sguardo e intuire le cause del suo essere.
Forse è la stessa consapevolezza del sapere di non avere ragioni d' esistere che incute tanto terrore a se stesso.
Piu' distante si trovava La Negazione, che si presentò con le sembianze di una bellissima donna dai capelli raccolti, lo sguardo freddo e determinato e un aria insoddisfatta, che terminava il ritratto del suo viso.
Colei che conosci ora come negazione, racchiude in sè un duplice aspetto.
Non capii le sue parole sul momento; dovetti aspettare qualche minuti per decifrare quell' enigmatica frase.
Infatti, qualche minuto dopo la osservai seduta a una scrivania, in posa alquanto composta, fissare un ammontare di oggetti comprendenti uno specchio dalle decorazioni alquanto fini, dei vestiti di un certo pregio, dai chiari richiami di una sensualità prorompente e altri oggetti che raffiguravano l' esatto opposto del suo carattere.
Ed incominciò di lì a breve, una sottile ma confusa battaglia tra se stessa e l' altra se stessa.
A nulla gli sforzi di non cedere a quella tentazione così grande; a nulla gli obblighi e i divieti che si era imposta in modo così rigido, ripetendoseli quasi fino alla noia piu' estrema.
Fu un attimo e balzò dalla scrivania quasi non aspettasse altro, superando quel confine così ben delineato che un attimo prima non avrebbe mai oltrepassato.
Si mise davanti allo specchio e con fare alquanto soddisfatto si sciolse i capelli, quasi si fosse liberata da ingombranti catene; si vesti in modo sensuale e diventò l' opposto di ciò che era.
Questa volta fu proprio la Negazione a darmi una ragione del suo essere: io esisto per stravolgermi,
sono un confine creato per esser superato, una legge emandata per essere trasgredita, una vita nata per morire e una morte creata per vivere, ho un senso non avendo senso.
Così ci parlò, avente metà corpo raffigurato da ognuna delle due parti, così in contrasto tra loro.
Ci avviammo così verso la successiva stanza...
(Fine Prima Parte)
Malinconica abitudine,
essenza di labirinti intrisi di strade buie senza uscita,
pareti insormontabili che non sembrano aver fine,
mentre sopravviene la notte e la solitudine fa da sorella,
in un tormento in continuo tumulto chiamato animo umano.
Sarà il dolore a donarmi alla follia o questa assoluta carenza d' ordine?
Scomparendo in un lamento urlato in un lago grigio,
che nessuno osa avvicinare,
poichè il ricordo non rimanga e con esso un doloroso rimpianto.
Divina stoltezza, laboriosa pazzia.
Claustrofobiche sensazioni
eterne emozioni
in inquieti risvolti
di noiose giornate
S' increspano in un oceno
di malinconica solitudine
costeggiate da pensieri compressi
e di tante speranze compiante
poche si realizzeranno
nell' incertezza del proprio essere...