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Morto dentro. Vivo fuori.

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Luci & Ombre
Odio : Ciò che amo...

Amo : Ciò che odio...
Frasi nel Nulla


Sommerso dalla malinconia, affogo nel rimorso.


Circondato dalla solitudine mi abbandono al vuoto, osservando lo scorrere del tempo mietere le speranze di un futuro migliore.


Sono un angelo senz' ali che ha perso le proprie speranze avvicinandosi a una meta chiamata libertà, scoprendo che non era altri, che l' Utopia sotto falso nome.


E se l' uomo è fatto a immagine e somiglianza di dio, dio è un pessimo pittore.O un pessimo soggetto.


Chi ha se stesso non sarà mai solo.


Schiavi di un destino che non ci appartiene, viviamo nella speranza di un domani che non arriverà mai.


Potrei amarti come un burattinaio ama le sue marionette: fintanto che lo assecondano continuerà ad amarle.


La Malinconia è Madre
all' Arte.
Sguardi nel Vuoto
*loading* Sogni Infranti

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Sussurri del Tempo


Grazie a...
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postato da KillerInside alle ore 19:06
martedì, 17 gennaio 2006

Non è divertente non poterti vomitare addosso il mio odio sviscerato per te, per il tuo modo di fare che mi da così sui nervi,

per il tuo egocentrismo mascherato; odio anche lei, eccome se la odio.

Sì effettivamente è piacevole sapere che i sospetti maturati in 18 anni di vita, si rivelano giusti;

no lo so che non sono piacevoli... Ma d' altronde trovami qualcosa di positivo in tutto questo, e trovamelo sapendo che puoi aver ragione,

non come piace fare a te, esasperando tutto per lasciar perdere.

Quanto ci metterai ad impugnare quella pistola?

Davvero, fai in fretta, ho fretta di andarmene anch' io da qua...

Mi manchi sai?

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postato da KillerInside alle ore 20:14
giovedì, 12 gennaio 2006

(Seconda Parte)

Fu la volta dell' Indeciso, colui che marchiato dall' eternità, un bivio che non fa altro che evitare.

Una zolla di terra: arida, secca, di un bruno chiaro, come la sabbia del deserto; a far da confine non vi era altro che il buio, il vuoto, il nulla.

Un giovane perso in un affanno di una corsa senza meta, inseguito dal suolo che al suo contatto spariva per non tornare mai piu', costringendolo a tanto affanno.

Ma di tal affanno non era l' unica causa: una feroce belva, dalla criniera regale sempre esposta ai capricci del vento, dagli artigli e dalle fauci affilate tanto quanto un' arma che non conosce difesa impenetrabile e una velocità pari alla nascita di un pensiero, seguiva senza sosta il nostro nuovo protagonista.

Era lui, il re della foresta in persona, a dargli la caccia; quanto del giovane, sul suo viso si coglieva un espressione tanto impaurita quanto indecisa e spaesata, così lieve ma al contempo così appariscente, che faceva presagire della sua natura, i piu' intimi risvolti.

Entrambi sapevano di non potersi fermare... Ma piu' si avvicinavano verso la fine di quella zolla sospesa nel vuoto, più la loro velocità e il loro impegno nel correre diminuiva...

Finchè arrivarono al tanto sospirato bordo che risparmiò un pezzo di terra rimasto intatto nonostante il loro passaggio; e così si trovo a far fronto tra una morte certa proveniente dal leone e tra il una rovinosa caduta, che gli avrebbe procurato altrettanto certamente la morte.

Indeciso, colso dall' ansia, dal panico e dalla paura, continuava a guardare i due pericoli, ed insieme destini, che si facevano sempre piu' minacciosi e vicini.

Quand' ecco ad un tratto, comparve un fuoco tanto grande quanto ardente, nel quale non tardò a buttarsi.
La guida, che aveva taciuto sinora, spiegò anche stavolta la scena appena visionata.

Ciò che circonda questo pezzo di terra sospeso nel vuoto non è altro che l' indecisione su cui una scelta dev' essere compiuta; ma il tempo, si sa, è tiranno.

Ed è così, che il tempo si riduceva, riducendosi anche il tempo per poter scegliere, conducendolo a una scelta inevitabile che avrebbe comunque segnato il suo destino.

Ed è quindi per non affrontare la scelta, che egli si butta nel fuoco, il fuoco eterno della condanna e del rimorso, perchè egli avrà rimorso di non aver scelto nessuna delle due possibilità a lui offerte.

Fui colto da un' ansia che mi spingeva a voler visitare la stanza successiva ma al contempo non volerla visitare. Che stessi incontrando le medesime incertezze dell' Indeciso?

Non ebbi tempo per lasciarmi andare a riflessioni, che avevano come fine il trovare risposte a quelle domande appena sgorgate dalla mia mente, perchè mi ritrovai nella stanza accanto pronto ad incontrare Il Dubbio...

Qui la realtà era ancor piu' incerta rispetto alle precedenti stanze: il luogo in cui ci trovavamo era in continua variazione, così come lo erano i personaggi che vi si presentavano saltuariamente alternandosi, in ciò che sembrava essere un sinonimo di caos.

La mia curiosità fu dunque chiamata a porre l' interrogativo sull' identità dell' albergatore nonchè detentore di tale luogo.

E in tutta risposta al mio desiderio di conoscenza, apparvero numerose sagome antropomorfe che seppur tali, riuscivano a ingannare perfettamente l' occhio umano, tanto apparivano reali; e difatti, alcune lo erano.
Mi misi quindi a cercare tra queste innanzitutto, l' appartenenza alla realtà, parola che sopratutto in quel contesto stava perdendo significato, per la tanta esposizione a questo continuo cambiamento.

Non era tuttavia facile analizzare, poichè tutti gli elementi integranti dello scenario erano destinati a cambiare e la mia capacità di giudizio che a pari passo con essi, mutava.

E mi ritrovari a percorrere sentieri affiancati da altre strade affini, che facevano perdere interesse per la strada principale; scalavo una montagna per accorgermi che arrivando in cima, tornavo sui miei passi per dedicarmi alle aspre vette che vigorosamente spiccavano davanti ai miei occhi, rimaste fino ad allora sconosciute; attraversai un fiume a nuoto per uscire dall' acqua, una volta che giunsi alla foce.

E quando tornai al punto di partenza trovai finalmente Il Dubbio ad attendermi, con un aria di sorpresa e al contempo di impazienza, la stessa aria di chi aspetta un qualcosa da tempo senza sapere cosa aspettare.

Gli chiesi se fosse lui il custode di tale stanza; non mi diede risposta.

Sulle prime fui tentato di credere a una sua negligenza nel rispondere dovuta a un puro sentimento di sfida e di dispetto ma l' impressione che la mia concezione fosse totalmente errata, mi deviò da tale pensiero.

Quand' ecco che pochi attimi piu' tardi rimangiai il mio pensiero espresso pocanzi.

Che fosse l' influenza del Dubbio?
Notai che il suo aspetto presentava i caratteri fisici dell' età fanciullesca, adulta e anziana.
E fui così assalito da un ulteriore dubbio sulla sua identità.
 
Arrivò dunque l' onniscente guida a portare una ventata di freschezza su una situazione divenuta ormai stagnante; egli è il dubbio come avrai intuito, che suscita opinioni contrastanti e pone interrogativi ai quali non conosce neanch' egli risposta.

E' tuttavia pronto a porre nuovi interrogativi quando qualcuno si arrischia a trovar una risposta attendibile e spinge alla ricerca di nuovi obiettivi, che non verranno mai portati a termine, contaminati da quest' eterno fluttare in continua evoluzione.

Ed è così che trovai spiegazione a quel continuo cambiamento di paesaggio e al desiderio di deviare la mia strada, quando mi accinsi a trovare una risposta ai miei interrogativi poc' anzi.

Il Dubbio tornò a nascondersi e noi continuammo il nostro cammino...

Gabbie, sbarre, inferriate, finestre da cui si poteva scorgere un paesaggio, una terra che altro non attendeva che d' esser solcata da innumerevoli passi ripercorsi nel tempo; un paesaggio solo presagito, solo visionato, solo bramato, aspettato, contemplato da quella stanza grigia, vuota, sola.

Una prigione forse? Era dunque una prigione questa?

Non mi diedi risposta poichè il senso di evasione, il bisogno d' evasione, era sovrano a tutto; furono dei piccoli rumori, piccoli suoni, graziosi e piacevoli come lo sfregarsi delle campanelle eoliche sugli aliti di vento che le muovono, ad attirare la mia attenzione: una bambina dai capelli lunghi e castani, dagli occhi accesi, vivaci ed allegri, vestita d' un abitino bianco, dai risvolti bianchi e ricamati, così come lo era il resto del vestito, giocava a rincorrere ed acchiappare farfalle dalle tonalità viola , per poi rinchiuderle in un barattolo di vetro.

Mi avvicinai a lei con fare incuriosito: lei mi offri il suo tesoro, il suo barattolo di vetro e io nell' intento di liberarle, suscitai il suo stupore e la sua stizza.

Le chiesi il perchè di tale reazione, pronto a spiegarle che era un comportamento egoista il suo, ma fui spiazziato quando mi disse che le avrei uccise liberandole.

Quando le prese tutte, comparse un gabbia nel centro della stanza, dalle minute proporzioni nella quale si rinchiuse, tenendo stretto a se il suo piccolo tesoro.
E prese a guardare dal basso della sua prigione, il paesaggio che l' aspettava con tanta impazienza lì fuori.

Illogico, bizzarro, senza un senso... E' questo che pensai di tutto ciò: ed era questo che pensavo di tutto quello che fino ad ora avevo visto.

Avevo ragione? Forse. Ma non era neanche detto che la mia ragione fosse quella giusta, che il mio metro in base alla quale io giudicavo ciò che vedevo e vivevo era esatto, che fosse quello giusto.

C' era dunque un metro di misurazione della realtà, esatto, giusto?

Come di consueto, mi venne accanto pronta a spiegarmi ancora una volta il personaggio e il suo mondo: lei è la Libertà, figlia dell' Illusione, che si cinge di limiti e prigioni, di gabbie e divieti, perchè altrimenti non esisterebbe.

E' la volontà di uscire fuori sapendo che non potrà mai arrivare a calpestare quel suolo tanto bramato, che le da ragione d' esistere.

Una dolorosa ragione, che le da la vita e lo scopo d' esistere.

Uscimmo per quell' ormai famosa finestra e ci ritrovammo immersi in un mare di verde, in un vasto campo fiorito, che avrebbe fatto invidia persino all' Eden: all' ombra di un albero, una grande bolla di sapone, all' interno della quale giaceva addormentata una fanciulla.

Il suo aspetto ricordava molto quello della bambina conosciuta poc' anzi, la libertà; era così forte la tentazione di rompere quella bolla, di svegliare quella ragazza che dormiva così beatamente, che mi sembrò quasi d' esser costretto.

La mia mano stavo per toccare quella bolla che si sarebbe rotta col contatto, svegliando anche la fanciulla: ma quand' ecco che un attimo prima che la mano raggiungesse la bolla, la fanciulla aprì gli occhi e in un istante, come per incanto, la realtà paradisiaca che ci circondava svanì d' improvviso.

Il bel campo fiorito si tramutò in sterpaglia, i bei fiori colorati e profumati in taglienti rovi, i pacifici insetti che andavano tranquilli per la loro strada, coronando quel sogno, in aggressivi animali che senza ragione si attaccavano.

E la fanciulla... Era diventata avvizzita, vecchia, rugosa, dall' aspetto ora così sgarbato alla vista che manco si riconosceva.

E mi chiese se era dunque questo che volevo, se era interrompere questo sogno, quest' illusione, che volevo interrompere.

Istintivamente risposi no e vidi tornare la realtà al momento stesso in cui stavo per infrangere questa bolla, quest' illusione.

E ritrassi istintivamente la mano, abbandonando quel sogno, velato d' illusione, regina incontrastata di quel mondo.

Senza indugio proseguimmo oltre, sempre più vicini... all' egoista.

Mai tanta bellezza e tanto egosimo si erano concentrati in così poco spazio; un puro concentrato di narcisismo esasperato, di egoncentrismo smisurato, di appariscenza innata.

Come una pianta carnivora che intrappola gli ignari insetti che si avvicinano, estasiati dai profumi che emana, così lo sguardo era prigioniero volontario della sua vista: in una stanza usurata dal tempo, circondata da pareti ingiallite da quest' ultimo, da mobili che non avevano conosciuto il piacere dell' uso, eccetto uno,la cassettiera con lo specchio; questo sì che aveva conosciuto tale piacere, ben presto trasformato in nauseante eccesso, tanto era il ripetuto soggetto dei suoi riflessi e il Sole monotono delle sue giornate.

Il bel giardino che si estendeva fuori dalla finestra, era ormai una distesa dorata, colore donato dalle sterpaglie ripiegate su se stesse, quasi simboleggianti il dolore di fiori mai ammirati; tutto era invecchiato senza mai essere usato, e persino un gioiello tra i più belli del mondo le sarebbe passato inosservato, poichè lei si considerava già il gioiello più maestoso e desiderabile tra tutti i gioielli del mondo, o forse dell' Universo stesso.

Una cura smisurata della sua bellezza, un' ammirazione che era sfociata nella maniacalità più assoluta, nel narcisismo più puro, nel dare smodata attenzione a un contorno vuoto, per paura del vuoto dentro.

Niente era degno di un suo sguardo, niente conosceva la gioia dei suoi occhi, se non i suoi riflessi così impressi nella retina dei suoi occhi, nel vetro di quello specchio, nella mente e nell' animo suoi.

E lentamente la sua stessa indefferenza a tutto ciò che esulasse da se, l' aveva portata a un abbondono a se stessa, a un mondo in cui lei era sovrana, suddita e terra stessa.

E fu con l' inpronunciabile desiderio di lasciar le cose così come stavano, l' evitare la naturale evoluzione delle cose, il loro invecchiamento, ciò che più d' ogni altro temeva, a farle firmare quel contratto che avrebbe segnato la sua eterna rovina e beatitudine; un contratto firmato con lacrime di sangue, che tutti spacciavano per noncuranza e superficialità, profondi richiami d' aiuto, di richiesta di luci nuove, di poter sentir dire che la speranza è come una Fenice, pronta a risorgere dalle proprie ceneri.

Richieste che nessuno aveva saputo sentire, troppo impegnati ad addossare connotazioni negative quali l' estrema superfacilità e la noncuranza con cui velava le proprie paure, che avrebbe dipinto meglio i suoi "critici", sempre pronti ad elargire "gentili" complimenti; disgustata da tutto ciò, si era immersa ancor più in se stessa e il suo sguardo perso nel vuoto era stato interpretato come di un amor proprio portato all' eccesso, così che, stanca di tutto questo si tramutò in pietra, realizzando la sua beata rovina.

Accompagnati da quest' insolita tristezza, dai toni così marcati, incontrammo La Fede.

Una ragazza in un tempio circondato da ruscelli d' acqua, fiori variopinti, quasi fosse un paradiso dipinto dalla mano del più abile tra i pittori.

Seduta su un altare di pietra, in una costruzione che si eregeva in mezzo a tutto ciò, solea trascorrere le sue giornate così illuminate dai caldi raggi dorati del fulgido astro lucente, alternando intensi momenti di preghiera, al dolce suono della lira accompagnato dalla sua voce.

Ma accadeva tavolta, che si frantumasse, e i frammenti si spargessero in questo luogo dalla calma dilagante, dall' eterna gioia di pace, per poi ricomporsi senza fretta, in modo analogo al suo essere, in modo analogo alla Speranza, il suo essere, il suo apparire.

Fu poi la volta del Ribelle.

Un angelo nero, così come era nera la stanza oscura illuminata da flebili luci di candele in procinto di spegnersi, ammantate di una cupa sensazione di rovina imminente, di castigo e di punizione, che aspettava senza muoversi, su quel pilastro orizzontale, poggiato su altre due pietre dalle quasi identiche proporzioni, formando così una figura, che ricordava un altare, seppur dalle avvenenze più sgraziate.

Egli aveva scelto l' indipendenza al comando, la rivolta all' ordine, la verità al potere; e forse proprio per quest' ultimo, fu condannato.

Condannato a quell' oblio eterno, dove la luce non avrebbe mai posato per un solo istante il suo sguardo, nei meandri più reconditi delle viscere dell' oscurità, dove venivano partoriti i peggiori incubi.

Niente: ne uno sguardo a cui appigliarsi, ne un velo di emozione e di sentimento traditi da un sospiro, nè un gesto che tradisse l' ormai assente anima.

Se ne stava lì, con lo sguardo perso nel vuoto, e dalle sue pupille che sembravano esser partorite dalla più buia delle notti, non traspariva segno di vita alcuno.

Neppure le sue ali, orgoglio di ogni angelo, gli appartenevano: strappate o forse perse in battaglie, non ricordava neanche più quello, infisse al muro con dei chiodi, quasi oggetto di esposizione in una vetrina di scherno e tortura; e a poca distanza la sua spada, macchiata del sangue delle sue colpe, della colpa di chi sceglie la verità alla menzogna e viene per questo punito.

Si avvertiva il sangue ribollire nel corpo impassibile, ma che in fondo all' animo aveva una scintilla che non si era mai spenta e mai si spegnerà.

Fu quindi la volta del Dolore: colui che smuove oceani e montagne, che consuma gli animi, come una fiamma che conosce fine, come una tortura eterna, che è essenza di vita ed essenza di morte.

Per tutto il tragitto di una difficile esistenza ci accompagna senza mai abbandonarci, per lasciarci andare solo quando spicchiamo il volo verso il vuoto, così come una premurosa madre guida i piccoli passerotti fino al giorno del volo, per crogiolarsi nel pensiero di un' incognita, perchè il dolore appartiene ai vivi, non ai morti.

Colui che ispira, colui che spira, colui che respira, colui che declama il senso di morte, che sblocca gli animi, quasi fosse una chiave che tutte
le porte sa aprire, che tutti conoscono, che tutti non vorrebbero ma di cui nessuno sa fare a meno; portatore di lacrime, di malinconica tristezza, che tanto splendore provoca pagandone il prezzo.

"Le catene il suo simbolo, le lacrime il suo messaggio: il dolore è troppo grande per essere espresso", concluse la guida.

Eravamo dunque giunti alla conclusione di questo lungo viaggio e avevo degli interrogativi che attendevano risposta; interrogativi che avrebbero trovato risposta di lì a poco.

Io sono l' ultima e la prima casa, stanza, meando dell' animo, come tu mi vuoi chiamare: sono come ciò che hai visto fin' ora in successione, senza esserne comunque parte; sono La Chiave, la prima e l' ultima delle stanze che hai visitato, un principio e una fine di qualcosa di eterno.

Sono ciò che chiamate pensiero, ragione, logica, mente, e posso avere accesso a tutte le stanze che hai visto: ma non ho di tutti gli animi la chiave, non sono di tutte le domande la risposta.

Non tutto può essere analizzato e compreso e molte delle chiavi delle risposte agli interrogativi dell' uomo, per sottile ironia, è proprio l' uomo a non possederle; io ti ho mostrato ciò che tu potevi comprendere, le porte che tu potevi aprire, le chiavi che tu possedevi, le risposte che tu conoscevi.

Io ho potuto scorrere i tuoi pensieri, perchè io sono il pensiero, come voi lo chiamate, e conosco quasi ogni verità e ogni porta col relativo "interno"; ebbene ho detto quasi perchè c'è un mare o forse un oceano, a cui neanche la ragione ha accesso, ed è quel mare nero che vedi sul pavimento.

Di ogni animo l' occhio è la porta e la sintesi, così come il grande occhio che vedi sul soffitto lo è di questo tuo animo; e l ' Universo è presente perchè tu sei parte dell' Universo.

Hai compiuto un lungo viaggio senza mai spostarti, senza giungere a una nuova meta ma solo approfondendo ciò che sapevi: hai vissuto.

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postato da KillerInside alle ore 12:46
giovedì, 12 gennaio 2006

Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio Ti Odio...

Eppure non sono neanche sicuro di avere ragioni per odiarti in questo modo... O ne ho forse troppe?

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