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Luci & Ombre
Odio : Ciò che amo...

Amo : Ciò che odio...
Frasi nel Nulla


Sommerso dalla malinconia, affogo nel rimorso.


Circondato dalla solitudine mi abbandono al vuoto, osservando lo scorrere del tempo mietere le speranze di un futuro migliore.


Sono un angelo senz' ali che ha perso le proprie speranze avvicinandosi a una meta chiamata libertà, scoprendo che non era altri, che l' Utopia sotto falso nome.


E se l' uomo è fatto a immagine e somiglianza di dio, dio è un pessimo pittore.O un pessimo soggetto.


Chi ha se stesso non sarà mai solo.


Schiavi di un destino che non ci appartiene, viviamo nella speranza di un domani che non arriverà mai.


Potrei amarti come un burattinaio ama le sue marionette: fintanto che lo assecondano continuerà ad amarle.


La Malinconia è Madre
all' Arte.
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postato da KillerInside alle ore 00:14
sabato, 14 ottobre 2006

C’ era una volta (o forse più d’ una),
un uccellino in una gabbia.

Quest’ uccellino era stato vittima della sua stessa curiosità,

arrivando al punto di farsi catturare per soddisfare la sua voglia di novità,

arrivando a dire addio ad un cielo che presto avrebbe rivendicato a gran voce,

la sua importanza nella vita dell’ uccellino stesso.

Ben presto si stancò della routine di quella vita, apprezzandola al contempo;

decideva così di porre fine al divario (nonché al diverbio), prodotto da

stati d’ animo tanto contrastanti, ricorrendo alla melodiosa voce che era ormai diventata oggetto di culto tanto fra i presenti nei dintorni (umani o animali che fossero), quanto negli assenti che avevano avuto modo di assistere all’ esposizione

di tali capacità canore.

Probabilmente non era a conoscenza che l’ ammiratore più devoto era più vicino di quanto lui stesso potesse immaginare: altri non era che la sua gabbia stessa.

Mai fortuna più grande era capace di contemplare se non quella di ospitare una

creatura tanto meravigliosa quanto affascinante, degna di quanto più profondo il

suo limitato e rudimentale animo potesse concepire.

Tacendo timidamente apprezzava ogni giorno di più la presenza di quel gradito ospite.

Al contempo l’ uccellino era molto soddisfatto di quella sua nuova sistemazione,

nonostante non riuscisse ancora ad equipararla allo splendore di evanescenti figure disegnate nell’ aria da battiti d’ ali appena percettibili, che librandosi in quell’ azzurro quasi surreale, si avvicinavano a quanto di più vicino a quell’ utopia chiamata libertà.

Un giorno, (simile a tanti altri già trascorsi, caratterizzati dall’ assenza del benchè minimo imprevisto che potesse turbare quella sicurezza, che andava tramutandosi lentamente ma inevitabilmente in un veleno sempre più letale per quella creatura partorita dalla libertà, vittima di tanta bellezza e splendore) la timida gabbia decise (anche se paradossalmente vista la sua natura) di aprirsi nei confronti di quell’ oggetto degno di culto e di tanta ammirazione, illustrando (per quanto possibile) l’ effetto della sua melodiosa voce su quelle fredde sbarre impreziosite da leghe di materiali pregiati e preziosi.

Seppur usuali e limitate (vista le difficoltà di comunicazione che può avere un oggetto destinato alla costrizione e alla privazione di libertà negli altrui confronti) le parole che si adeguarono a ruolo di traduttori, esplicando quei profondi e intricati tunnel chiamati emozioni, furono dettati da quello che si poteva definire un rudimentale cuore, tanto fragile e piccolo da andare in frantumi al primo sussurro di vento; una curiosa diversità, vista l’ idea di impenetrabilità ed efficacia che comunicavano quelle fredde sbarre così resistenti (almeno in apparenza).

L’ uccellino forse lusingato, forse colpito da quella novità, ma soprattutto da quella schiettezza e dalla semplicità ma al contempo di quei sentimenti, iniziò a dedicare a quella sua guardia carceraria involontaria (o forse semplicemente egoisticamente volontaria, desiderosa di possedere tanto splendore) il suo canto.

Forse a dispetto dei rispettivi limiti, si innamorarono l’ uno dell’ altra: carnefice e vittima che provano amore e ammirazione l’ uno per l’ altro: quasi un idilliaco dipinto di illogica follia.

Ma la diversità tra i due avrebbe alimentato quel fuoco che si sarebbe consumato prima del previsto, nonostante promesse reciproche di fedeltà e progetti di ipotetici futuri insieme.

Infatti ben presto, l’ uccellino avvertì sempre più forte il desiderio di evasione e di libertà di quella libertà che si rivelava sempre più soffocante per lui.

La gabbia aveva trovato le conferme alle sue tacite paure e si trovava ora a raccogliere la forza che gli sarebbe stata necessaria per permettere il benessere dell’ amato.

Così un giorno apri lo sportellino, quella porta, l’ uscita da quel modo fuori dal resto del mondo, quel piccolo Eden che si stava lentamente trasformando in un torrido inferno senza uscita.

<<Ora potrai finalmente riappropriarti del tuo posto in quel cielo imbevuto d’ azzurro, il Tuo posto, la Tua Vera casa>> esordì la gabbia.

L’ uccellino rimase esitante e sgomento di fronte a quell’ evento talmente inaspettato a cui non trovò in un primo momento spiegazioni, le stesse che arrivarono qualche secondo più tardi, insieme a molte risposte che cercava da tempo.

Rispose senza fretta, riflettendo qualche secondo e quasi esitante disse: << Potrei rinunciare alla mia libertà per te>>.

Ma la gabbia si limitò a rispondere: <<Sappiamo entrambi che non è una soluzione accettabile: tu appartieni alla mobilità dell’ aria, alla sua sete di libertà; io al contrario, appartengo alla terra, al desiderio di stabilità e di certezza, senza dimenticare che essendo una gabbia sono fatta per rinchiudere al mio interno e rubare la libertà altrui.

Ho desiderato di possederti e imprigionarti quando ho scorto la luce che portavi con te e lo affermo senza vergogna nei confronti del mio egoismo, un egoismo dettato anche dal bisogno di averti sempre vicino e di proteggerti dai pericoli del mondo.

Ma ora è più chiaro che mai che apparteniamo a mondi troppo diversi per poter coesistere: per quanto possa apprezzare il tuo sacrificio di negare la tua stessa libertà, non accetterei per due semplici motivi: per me, per te.

Per te perché sarebbe una scelta che comporterebbe un sacrificio troppo grande per te e al contempo non ti amerei se accettassi questo tuo sacrificio; amo la tua sete di libertà quanto la odio.

Il desiderio di possederti si destreggia quanto quello di lasciarti andare per imprigionarti nuovamente e dare vita a un ciclo infinito; ma noi non siamo eterni.

Preferisco lasciarti andare ora per poi eventualmente pentirmi un domani della mia scelta, forse dettata dalla paura di amarti e di perderti, forse dettata dalla consapevolezza che per te sarebbe un sacrificio troppo grande.

Perché se quel domani arrivasse e tu fossi qui con me, non avrei la forza di lasciarti andare.

Sì, quel domani arriverà comunque: il destino si dice che si possa cambiare, ma noi non potremo cambiare noi stessi in modo tanto radicale, perché anche se ci riuscissimo non sarebbe come ora in ogni caso; che senso ha cambiare per stare con chi ami se poi chi cambia per te non è più chi ami?

L’ aria e la terra sono state create per non incontrarsi mai; tuttavia si dice che esista qualcosa chiamato orizzonte, una linea nella quale aria e terra si incontrano in un luogo racchiuso in una linea infinita, dove anche il secondo stesso in cui avviene questo miracolo è infinito.

Ora vai, cerca l’ orizzonte e qualora lo trovassi, portamelo e sapremo che avremo un destino in cui credere, una certezza conquistata grazie alla libertà.>>

Al termine di queste parole l’ uccellino oltrepasso il confine della gabbia partendo alla ricerca dell’ orizzonte, mentre un silenzioso addio carico di dolore si velava da parte dello stesso verso la gabbia e viceversa.

Entrambi sapevano che non ci sarebbe stato un ritorno; un viaggio verso l’ utopia che avrebbe portato l’ uccellino a smarrirsi nel suo amato cielo tanto rimpianto, che non l’ avrebbe più lasciato scappare a sua volta da quella gabbia che ora marciva sul fondo di chissà quale discarica, privata del suoi metalli impreziositi che lasciavano il posto alla ruggine, perché il suo splendore era volato via insieme alla sua libertà.

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