chi sono
Morto dentro. Vivo fuori.

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami
Luci & Ombre
Odio : Ciò che amo...

Amo : Ciò che odio...
Frasi nel Nulla


Sommerso dalla malinconia, affogo nel rimorso.


Circondato dalla solitudine mi abbandono al vuoto, osservando lo scorrere del tempo mietere le speranze di un futuro migliore.


Sono un angelo senz' ali che ha perso le proprie speranze avvicinandosi a una meta chiamata libertà, scoprendo che non era altri, che l' Utopia sotto falso nome.


E se l' uomo è fatto a immagine e somiglianza di dio, dio è un pessimo pittore.O un pessimo soggetto.


Chi ha se stesso non sarà mai solo.


Schiavi di un destino che non ci appartiene, viviamo nella speranza di un domani che non arriverà mai.


Potrei amarti come un burattinaio ama le sue marionette: fintanto che lo assecondano continuerà ad amarle.


La Malinconia è Madre
all' Arte.
Sguardi nel Vuoto
*loading* Sogni Infranti

  • Powered by Splinder
Sussurri del Tempo


Grazie a...
Template by:


Image by:


Distributed by:
nonsolotemplate

postato da KillerInside alle ore 02:11
martedì, 28 novembre 2006

Un pensiero attraversò come un baleno la sua mente, che in preda alla più completa inattività, lo aiutò a pronosticare la noiosità della serata.

Si stupì della profondità del pensiero appena espresso giungendo, non senza una vena di sana ironia, a interrogarsi se fosse stato davvero lui l' artefice o se fosse un altro pensiero rubato al vento, che si prendeva il disturbo di sbuffargli sul viso di tanto in tanto.

Si stupiva meno della falsità con cui si fingeva interessato a discorsi privi di contenuto e d' interesse (e non dovevano essere dello stesso avviso gli interlocutori che tanto animatamente argomentavano le proprie tesi cingendole con maestria di orgogliosa e apparente sapienza), seguendo l' impulso del branco rispetto alla figura che s' imponeva dominante, finchè non sopraggiungevano i primi segni di una noia troppo grande per esser sostenuta, costringendo i soggetti interessati ad un allontanamento coatto accompagnato da smorfie di disapprovazione e sbadigli sonnolenti.

E quando anche l' ultimo oratore si congedava ritirandosi dignitosamente dalle scene (con grande sollievo degli ascoltatori), la sala andava trasformandosi in quella che si rivelava essere l' ennesima festa mal riuscita.

Arduo il compito di stabilire il grado di intorpidimento delle membra e delle funzioni intellettive (che in molti soggetti si rivelavano assenti) che assumeva livelli tali, da poterli addirittura definire "comatosi".

C’è dunque da interrogarsi riguardo i criteri che forgiano e distinguono una festa ben riuscita dal suo opposto: che sia dunque la capacità di abbagliare e a volte accecare gli invitati con decorazioni sfarzose, perché non si accorgano della gran solitudine che regna e aleggia nelle sale, unica e incontrastata regina di raduni di snob esponenti di classi sociali elevate?

Spesso il comportamento umano assume posture che ricordano il modo in cui i detriti si depositano a valle, ammassando problemi, pensieri e emozioni negative, gli uni sulle altre per arrivare a non lasciar scorgere la minima fessura con la coda dell’ occhio, accompagnandosi alla propria rovina in modo del tutto volontario.

Il desiderio di dominare, di padroneggiare, di arrivare primi non è altro che il disperato tentativo di creare una falsa immagine del proprio essere, che attiri le navi immerse nel buio cupo della notte, che dia un’ immagine positiva del proprio essere, mentre nel frattempo i difetti vengono inabissati nello stesso cielo macchiato di pece, perché le stesse navi smarrite non possano scorgerli, seguendo una luce tavolta fatale.

Sporgendosi dalla pallida balconata, osservò un’ altrettanto pallida Luna, la cui immagine riflessa nel laghetto sottostante era distorta dagli aneliti di vento perennemente inquieti.

Persino il fogliame della siepe sembrava ricalcare le scene dei salotti gremiti di donne altolocate in preda alla furia frenetica di quell’ attività trasformatasi in bisogno, in particolar modo per le appartenenti al genere femminile: il pettegolezzo.

Il fogliame stesso sembrava schernire gli annoiati partecipanti e i delusi fautori della festa rivelatasi l’ ennesimo fallimento commesso.

Decise quindi di ossigenare i suoi polmoni, di mimetizzarsi come una preda nella vegetazione, per scappare da quella noia accompagnata da una prigionia agonizzante.
Arcate di verde sgargiante, fontane maestose e busti imponenti: una corsa all’ arroganza e all’ imposizione del proprio ego, così appariscente quanto ingombrante.

Persino i giardini non erano quanto di meglio ci si poteva aspettare; dunque cominciò a interrogarsi se la propria inappettenza verso questi frivoli sfizi fosse la voce di un malessere ben più grande.

Si accostò a una statua raffigurante una donna, probabilmente una dea, nell’ atto di innalzare ai cieli la lama di una spada sguainata, quasi a voler dichiarare la propria indipendenza nei confronti dei Cieli, prossima tappa di una lunga lista di conquiste imminenti.

A ridosso della sua schiena una statua raffigurante anch’ essa una donna, ma con uno sguardo alquanto differente della statua adiacente: infatti, sul viso di questa lo sguardo pieno di angoscia si estendeva così come le nuvole si affollano tanto da riuscire a coprire i raggi del sole; analogamente ogni tracca di una benché fievole speranza si era dileguata lasciando posto a un oasi di sconfinato dolore e rammarico.

Anch’ essa sguainava una spada ma la punta era rivolta verso il proprio petto, pronta a compiere l’ ultimo, maestoso, estremo gesto.

”La supremazia della sconfitta”, tanto più alta l’ ambizione, tanto più caro il prezzo della perdita.

Molto probabilmente avrebbe voluto trovarsi al posto della statua in preda allo sconforto più totale: se non altro si sarebbe risparmiato quegli strascichi di una notte così straziante.

Come una serpe che sguscia fuori dalla sua vecchia pelle, si svincolò da questi pensieri abbandonando le statue al loro destino di glorie e sconfitte avviandosi, ancora una volta, verso l’ entrata di quella casa, pronto a riempirsi appieno i polmoni di quel sottile veleno che aleggiava tra le sale.

Spinto dal brivido della curiosità, si finse esploratore e si intrufolò nelle varie stanze (fatta eccezione per quelle già occupate da amanti occasionali e non), svolazzando come un’ ape di fiore in fiore alla ricerca della corolla più sgargiante, di una corolla unica, interessante.

La trovò in una stanza di statue di cera, raffiguranti personaggi in vista di recente venuti a mancare, molti in giovane età.

Si addentrò in questo museo improvvisato senza dar conto alla porta che si richiuse alle sue spalle.

L’ emozione lo assaliva come un brivido percorre la schiena, quasi fosse un artiglio di ghiaccio che penetra fin sotto la pelle facendo vibrare gli organi come le corde di un violino.

Quanta emozione, quanta brama, diventare una celebrità era sempre stato un suo sogno e non c’erano stati molti scrupoli durante l’ ascesa, per arrivare a quella che ora gli pareva una misera vetta.

Dunque quale luce era la sua? Una luce fallace, che non lascia traccia di sé quando scompare, che non lascia tracce del suo passaggio, che non lascia icone da idolatrare, da venerare.

Era affetto da una grave malattia, che da anni lo straziava, lo faceva rivoltare nel sonno senza lasciargli un attimo di tregua: era vittima del suo stesso egocentrismo esagerato.
Ed ora la prova tangibile del fallimento della sua vita, della sua assenza tra quelle stelle destinate a brillare in eterno.

Quale destino crudele gli era stato riservato; di quale amara punizione si dichiarava vittima.

Contemplando la sua sciagura, la punizione per colpe che non ammetteva come sue, venne richiamato alla realtà da una bambina dai capelli neri e lunghi, composta nei movimenti, che indossava un abito bianco e un fiocco rosso per ornamento.
La riconobbe: era la figlia della regina, morta tragicamente in tenera età per cause non specificate; malattia, secondo la versione ufficiale dei fatti.

Trasalì rendendosi conto dell’ incongruenza di quella presenza in quella stanza e fu in un primo momento colto dal terrore.

<<e così TU vuoi essere come NOI.. Vuoi brillare in eterno, come solo le vere stelle sanno fare>> disse con un sorriso malizioso, passandosi una mano fra i capelli e accarezzandosi successivamente il viso vellutato con entrambe le mani.

I suoi gesti trasmettevano una sensazione, un’ emozione, un’ indicazione che portò alla conseguenza di una conclusione ineluttabile: anch’ essa, nonostante la giovane età, era vittima del suo stesso male, quell’antropocentrismo esasperato, quella smania esasperata di far valere il proprio io, di farlo brillare come la più luminosa delle stelle.

<<Vogliamo essere magnanimi, fino all’ eccesso, tanto da abbasarci a parlare con individui del tuo livello, del tuo rango>> disse la defunta contessa che era stata principale attrazione di giornali scandalistici e pettegolezzi.

<<Ti doniamo la possibilità di essere ricordato per sempre>> intervenne il famoso ministro, anch’esso eminente figura nel panorama della popolarità.

<<Ti offriamo la nostra compagnia…Cosa aspetti?>> proferì l’ amante del principe coprendosi il viso con un ventaglio, schermando quel volto pallido dai colori al contempo tanto accesi, di un rossetto che dipingeva amabilmente le sue labbra di un rosso scarlatto.

In quella che inizialmente reputò essere una sua allucinazione, realizzò che essi altri non erano che le statue di cera che avevano preso vita, per permettergli di compiere il grande passo, di diventare anch’ egli una stella.

<<Avvicinati a me e bevi dal sangue che sgorga dal mio braccio.. Bevi la resina dell’ immortalità, inchinati al mio cospetto e abbeverati dell’ eterno splendore, dell’ eterna felicità>> disse la famosa veggente anziana ma misteriosamente conservata giovane nell’ aspetto, sebbene numerose rughe solcassero il suo volto man mano che egli cominciò a bere dal suo braccio.

Sì, non ebbe esitazione alcuna: si chinò e cominciò a bere senza mostrare riluttanza alcuna, bevendo avidamente quel liquido che si andava a trasformare in resina, che lentamente lo consumava e ne paralizzava il corpo e i movimenti.

E quando si sentì sazio si girò, non senza un grande sforzo, per accorgersi che le celebrità sparivano come le ombre alla vista della luce, distandosi lentamente, in modo simile alla lava che scende lungo i fianchi di un vulcano.

Quella cera così viscosa e così eterna, quella eterna resina andava perduta, perché egli pensava che sarebbe stato l’ unico a dominare il panorama, il firmame
nto di quello che sarebbe stato un cielo illuminato unicamente dalla sua luce.

Quand’ ecco che il suo corpo cominciò a invecchiare, a consumarsi dall’ interno mentre cedendo la sua anima cominciava a sentire l’ avvicinarsi di quel dolore attanagliante che lo divorava morso su morso, senza fretta.

<<Cenere alla Cenere. Mi hai bramato, mi hai desiderato. Sono la fine delle tue pene e il loro inizio. Sono la spada che ti guida verso la conquista dei cieli e la stessa che ti trafigge il petto per la sconfitta subita, per la condanna attirata>>.

<<Io sono Te stesso, non ho forma, non ho corpo, non ho anima, né pensiero. Sono semplicemente il tuo stesso egocentrismo, la tua malattia e la tua rovina>>.

E con il dissolversi di questa voce, si dissolse anche il suo corpo e il resto contenuto nella stanza, lasciando spazio a una stanza spoglia e vuota, come l’ anima delle vittime e dei carnefici al contempo.

Permalink ? commenti (5)
categoria :

postato da KillerInside alle ore 01:07
martedì, 28 novembre 2006

Vuoto Conico, Cavità Nera,
gratta mentre ti arrampichi verso questo imbuto
senza fondo e senza fine, stridono le unghie
conficcate nel suolo, nel deserto arido popolato da oasi,
vomita emozioni, vomitane ancora, perchè sono le tue catene
catene di stasi e di estasi,
prigionia in cubiche stanze vanigliate, plumbee prigioni
di gravido benessere.

Sono queste, le emozioni.
Ti rendono schiavo e manovrabile come una marionetta.
Taglia i tuoi fili e sarai una marionetta abbandonata a te stessa.
E se trovi la libertà, fuggi da essa come l' ombra scappa dalla luce,
e taglia la testa perchè il pensiero può ucciderti.

Ora che le pareti del cubo nero sono sciolte come acqua e zucchero.
Ti sfido: Trovami o forse... Trovati.

anima illuminata

Permalink ? commenti (2)
categoria :